Il gruppo di intervisione come rete vitale nella pratica dei singoli terapeuti

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“Un’esperienza locale nel territorio della provincia di Monza e Brianza”[1]

A cura di Margherita Autuori, Stefania Baldo, Francesca Cattafi, Mara Ghioni

Partecipanti al gruppo: Margherita Autuori, Stefania Baldo, Francesca Cattafi, Mara Ghioni, Costantina Granito,Martina Guerrini,Raffaella Rigamonti,Laura Rivolta, Laura Varisco,

L’incontro multiplo e intenso con altri estranei, oggetti di investimenti pulsionali, di emozioni, di affetti e di rappresentazioni diverse produce una co-eccitazione interna e una co-eccitazione reciproca che si intrecciano in un gioco complesso di proiezioni e identificazioni incrociate.” (Kaes, 1996)

 

Premessa teorica

Agosto è il mese della pausa lavorativa e dell’operatività, occasione per il consolidamento delle esperienze pregresse; un momento  di riflessioni e bilanci per guardare all’anno lavorativo che sta per cominciare;  per tracciare nuovi sentieri percorribili.

E’ proprio in un tardo pomeriggio di fine agosto che due socie Apg*[2], appartenenti anche al gruppo di intervisione di Milano[3], si sono ritrovate a riflettere sull’esperienza positiva che stavano vivendo.

La possibilità di un contenitore per pensare da un lato e il sentimento di appartenenza ad un’Associazione con una storia e una forte cultura psicoanalitica dall’altro, avevano costituito due garanti di una modalità lavorativa di buona qualità.

Spostando lo sguardo dalla realtà milanese così fertile e feconda dal punto di vista delle offerte formative, verso il  territorio monzese, era emersa l’aridità di quest’ultimo, ma anche il desiderio di “trasportare” l’esperienza vissuta e le competenze acquisite in un’area geografica con una differente storia e cultura psicoanalitica. Il gruppo milanese quindi aveva costituito una buona esperienza interna, trasformando il “sogno”, una fantasticheria leggera di fine estate, in un’idea di progetto.

In un primo momento si è sentita la necessità di ritornare alle origini, alla scuola madre di appartenenza, Coirag, chiedendo alla segreteria di contattare le colleghe che condividevano sia la stessa esperienza formativa sia l’appartenenza al territorio. L’intento era quello di aprire un dialogo ed un confronto sulle nuove prospettive possibili.

Il primo incontro è avvenuto nel febbraio 2018; la risposta è stata positiva poichè dieci persone hanno aderito all’inziativa, di cui nove continuano a partecipare agli incontri.

Sono state condivise le motivazioni che hanno promosso la nascita del gruppo: il sentimento di solitudine conseguente la separazione e l’individuazione dalla C.O.I.R.A.G, il desiderio di costruire un contenitore gruppale e una rete di professionisti, per riscoprire l’appartenenza e riattivare la mente psicoanalitica che rischiava di atrofizzarsi.

Ciascun partecipante esprimeva la preoccupazione che la mancanza di un valido gruppo di confronto professionale sul territorio, potesse portare ad un impoverimento del pensiero e della propria “Cultura”, con ricadute sul lavoro privato o istituzionale.

Emerge la percezione di una cultura del territorio in cui è bene ciò che è immediato; le persone che chiedono un aiuto presentano forme di malessere  concrete (sintomi corporei, tic, attacchi di panico e fobie) che richiedono un complesso lavoro di alfabetizzazione. In questo contesto lo psicoterapeuta isolato, che non disponga di un momento di meta-riflessione sulla pratica clinica, rischia sia di corrompere il setting sia d’aderire al “marketing” del web. Evidente è il rischio di scivolare in situazioni di banalizzazione o di colludere con la richiesta d’una risoluzione veloce e indolore .

Riprendendo Kaës (2008), il gruppo come spazio psichico comune condiviso permette la nascita di formazioni metapsichiche che producono degli effetti nella vita psichica dei soggetti che le abitano (cioè i pazienti e gli abitanti del territorio).

In quest’ottica, il gruppo Monza e Brianza (Gruppo MB) si è costituito come spazio fisico-psichico necessario per condividere le dinamiche dei rispettivi contesti di lavoro, per sostenere i singoli terapeuti nel processo di “Prendersi cura”.

Inoltre, il gruppo si è prefissato come obiettivo a  lungo termine di individuare nuovi bisogni psicosociali emergenti, per progettare nel tempo risposte adeguate a quest’ultimi,  passando dal pensiero all’azione creativa.

Metodo

Ai fini di favorire una conoscenza reciproca fra i partecipanti, nei primi incontri  sono state condivise le storie professionali, contesti lavorativi, metodi di lavoro utilizzati dalle singole professioniste. Questo scambio ha permesso di acquisire nuove conoscenze e di immaginare possibili spazi di collaborazione.

Si è subito creato un database con i riferimenti e le informazioni relative ai partecipanti al gruppo. Questo primo passaggio concreto è stato funzionale a “tenere nella mente” le colleghe incontrate.

Si è inoltre stabilita una cadenza mensile per gli incontri, utilizzando il gruppo come spazio di elaborazione, seguendo i bisogni professionali dei partecipanti. Tutti hanno condiviso l’importanza dell’utilizzo dell’intervisione, sui casi clinici o sulle situazioni istituzionali, come strumento facilitante la conoscenza reciproca e la fondazione del gruppo.

Gli incontri avvengono nello studio di una collega, per il piacere di incontrarsi e di condividere conoscenza , esattamente come avvenne un secolo fa  per i pionieri della psicoanalisi.

Il metodo di lavoro e stato così strutturato :

  • La stesura di un breve protocollo con una sintesi del lavoro svolto (caso clinico/situazione istituzionale).
  • Il verbale dell’incontro di intervisione che facilita la creazione della storia del gruppo e la continuità sul caso clinico.

 

Processo /Aspetti teorici legati al processo

Nonostante il neo-nato gruppo si sia formato spinto dalla volontà dei partecipanti di confrontarsi con i colleghi, nel suo sviluppo ha dovuto e deve fare i conti con ansie e meccanismi di difesa che agiscono a molteplici livelli.

<<Qualsiasi situazione gruppale causa l’emergere immediato e massiccio di uno stato caotico, di uno stadio pre-oggettuale in cui ancora non esiste una chiara distinzione tra soggetto e oggetto>> (Abraham, 1995), come se non ci fosse differenziazione tra il gruppo  e il compito stesso.

Anche Pichon Rivier afferma che, per una migliore definizione del compito, il gruppo deve fronteggiare l’ostacolo epistemologico: <<Ciò che si frappone tra il soggetto e l’oggetto della conoscenza […] e che agisce nel soggetto, sia questo individuale o gruppale, come sistema massiccio di difese.>>(Pichon Riviér, 1971)

Nella fase iniziale, il timore di perdersi e di non dare il giusto valore  a questa iniziativa hanno avuto un impatto sul  processo di formazione del gruppo.

Emergevano bisogni individuali che necessitavano di essere integrati all’interno del gruppo, in un’alternanza di momenti di fusione e  individuazione.

La definizione dello strumento e del metodo  ha supportato il gruppo nel suo definirsi e nel fronteggiare gli ostacoli che, talvolta, si frapponevano (fisiologicamente) al proprio sviluppo. Ciò ha anche  costituito una base di partenza per future riflessioni cliniche e teoriche.

Il primo caso clinico presentato, una giovane donna malata oncologica che temeva il fallimento della terapia, ha permesso al gruppo di rendere pensabile e verbalizzabile lo stesso timore. La paziente manifestava periodicamente sfiducia nella psicoterapia, celando da un lato il timore di un ipercoinvolgimento e dall’altro, di una morte precoce.

Nel gruppo sembravano risuonare domande simili: “Staremo investendo sulle persone giuste? Ne vale la pena? Non staremo sprecando tempo? Sopravviveremo?”.

Il lavoro di presentazione dei casi,  faceva emergere il desiderio di appartenenza attraverso l’enfatizzazione del linguaggio comune e dei punti di incontro tra i membri. Questo aspetto, diveniva a tratti potente, superando la paura iniziale del giudizio.

Come per la paziente malata oncologica, chi entra nel gruppo deve poter vedere che non è tutto vita o morte, vittoria o perdita, ma esiste anche una combinazione tra le due polarità; anche il gruppo può accettare l’idea di un “working in progress”, governando  meglio  le paure iniziali.

Il lavoro del gruppo permette alle singole terapeute di utilizzare, nell’attività clinica, le riflessioni emerse aprendo nuove prospettive con il paziente.

Il contenitore gruppale svolge il ruolo di cassa di risonanza e di espansione della mente analitica del terapeuta, favorendo una miglior qualità lavorativa.

In questa fase di avvio, la proposta, da parte del responsabile scientifico Apg , di dedicare una serata al gruppo  MB, ha costituito una possibilità di dialogare con il pubblico e con i soci Apg, di essere parte di una realtà più grande e complessa e di avere un collegamento con la “casa madre” (sede di Milano), recuperando le origini.

Quest’ultime sono rapprensentate in particolar modo, oltre che dalle due fondatrici socie Apg, anche da una collega più anziana e studente Coirag nel primo anno di nascita della scuola, un antenato per noi.

Tenere nella mente la storia della nostra Associazione significa anche considerare le difficoltà del passato relative all’appartenenza, l’oscillare fra fatica e desiderio, un’ambivalenza che si rispecchia  anche nella costituzione  del  gruppo MB .

Il tema quindi della separazione/individuazione, viene affrontato all’interno del gruppo anche attraverso l’intervisione del caso clinico di un’adolescente  “intrappolata” in una relazione simbiotica con la madre. La ragazza tenta di separarsi interrompendo qualsiasi contatto autentico con lei, con risultati disastrosi. Solo quando la madre accetta di “vedere” davvero la sofferenza della figlia, intraprendendo a propria volta un percorso psicologico, è possibile per la giovane paziente una lenta ripresa evolutiva.

Analogamente, anche Apg, in quanto consociata Coirag, è una madre che, in un momento di cambiamento, si impegna a riflettere sulle proprie dinamiche e su un passaggio generazionale possibile. Essa riconoscedo il lavoro in corso e le potenzialità evolutive del gruppo MB, in qualche modo sua emanazione,  si assume per quanto le compete, la responsabilità della crescita di quest’ultimo. Anche il gruppo sceglie di rimanere in una relazione fertile e feconda con questa associazione, aprendo un  dialogo necessario per il suo sviluppo.

Un’ altra tappa fondamentale è stata la richiesta d’ingresso da parte di un nuovo collega; ciò ha permesso al gruppo di ripensare ai propri obbiettivi  giungendo a comprendere con maggior chiarezza che i due compiti prefissati di  intervisione e progettazione  non sono in opposizione fra loro ma hanno in comune il medesimo scopo: agevolare una cultura psicoanalitica.

Tale integrazione tra i due compiti è ben rappresentata dalla presentazione di un progetto di attivazione di un gruppo terapeutico, da parte di una collega che stava tentando di portare cultura gruppoanalitica  nel proprio contesto istituzionale.

Ripensando ai casi clinici presentati, tutti sollevano la questione di come tradurre la domanda del paziente senza perdere di vista la propria “cultura”, di come riattivare un pensiero laddove si è “interrotto”. Emerge più chiaramente che il bisogno dei partecipanti al gruppo non è tanto di essere riconosciuti come professionisti, ma di trovare un linguaggio comune e di legittimarlo, laddove venga percepito come lontano ed estraneo; quello che potrebbe apparire un obbiettivo grandioso in realtà parla dell’esigenza del gruppo di conoscersi meglio, di comprendersi e quindi  di fare rete.

Il bisogno di riconoscersi in  teorie e prassi condivise, è il primo step che il gruppo MB deve affrontare anche al proprio interno, condizione necessaria e preliminare a qualsiasi compito. Infatti tutti i membri del gruppo provengono dalla scuola Coirag che ha la peculiarità di avere al suo interno linguaggi e pensieri multipli e variegati.

La coesistenza delle differenze è un passaggio che richiede una particolare attenzione e cura,  anche perchè i partecipanti condividono la formazione iniziale di partenza ma ognuno di essi ha un suo specifico iter lavorativo e formativo extra-post Coirag. Uno degli interrogativi aperti è: “Quali differenze sono percepite come arricchenti e quali invece sono percepite come posizioni troppo distanti?”.

Questi passaggi ci permettono di affermare che il gruppo, sta cercando di affrontare l’ostacolo epistemologico della fase del pre-compito.

La presenza alternata dei partecipanti  agli incontri  ci appare sintomatica di un  sentimento di ambivalenza: da un lato il bisogno di appartenenza al gruppo e il desiderio di salvaguardare lo spazio che si sta creando, dall’altro  la fatica di partecipare, di trovare un linguaggio comune e un pensiero condiviso.

Il processo di costruzione di fiducia reciproca è ancora in divenire. Non esistono legami affettivi solidi fra i partecipanti, che nel tempo potrebbero  creare coesione e motivare la collaborazione, nonchè una maggior partecipazione alla vita associativa di Coirag e delle sue consociate.

 

Bibliografia :

Abraham A. (1995) Il Co-Sè o il sintetsimo primario. In Attualità in Psicologia.

Kaes, R. (1996) Corps-groupe.Réciprocitès imaginaìres. In Revue de psychothèrapie psychanalytique de groupe, 26.

Nicolle O., Kaes R.  (2008)  L’istituzione in eredità. Miti di fondazione, trasmissioni, trasformazioni. Borla.

Pichon Rivièr E. (1971) Il processo gruppale. Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale. Ed. Lauretana, Loreto 1985-

Ronchi, E. Gruppo operativo, emozioni istituzionali e cambiamento. Rivista italiana di gruppoanalisi. Vol. XII – N. 3/4 dic. 1997 pagg. 41-78.

[1] Questo lavoro è stato presentato il 27 marzo 2019 nell’ambito del ciclo di incontri del calendario Scientifico 2019 di APG dal titolo “Il Gruppo come luogo di pensiero e di trasformazione nell’interfaccia con il sociale”.

[2]Margherita Autuori e Martina Guerrini

[3] Gruppo di intervisione sui gruppi clinici non terapeutici. Per un approfondimento si rimanda a Guerrini M, Jacobone N.:” La mente analitica nel setting dei gruppi non terapeutici”

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