Gruppo di studio e ricerca teorico-clinica sull’articolazione fra legami familiari, di coppia e legame gruppale

Gruppo di studio e ricerca teorico-clinica sull’articolazione fra legami familiari, di coppia e legame gruppale: similitudini e differenze in psicoterapia[1]

Membri del gruppo: Barbara Bianchini, Margherita Autuori, Velia Bianchi Ranci, Lara Giambalvo, Nicoletta Jacobone, Maria Gabriela Sbiglio, Alessandra Verri

<<Orazio: O cielo, ma questo è meravigliosamente strano!
Amleto: Allora, come uno straniero, dagli il benvenuto. Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia>>

(Shakespeare, Amleto)

Per raccontare il nostro primo anno di studio e ricerca, abbiamo pensato di portare avanti due discorsi paralleli, uno relativo ai contenuti che il nostro gruppo ha voluto affrontare ed uno riguardo alla storia del nostro gruppo, il modo in cui esso si è costituito e si è mosso in questi mesi.

Il nostro intento è stato quello di aprire e sviluppare lo studio delle relazioni di coppia e genitoriali all’interno di APG.

L’occasione per avviare questo progetto si è presentata ad alcune di noi con la preparazione di tre serate scientifiche nel 2017 dal titolo “Separazioni e ricongiungimenti nel contesto sociale attuale: la cura della coppia”. Riprendendo le fila del lavoro fatto, siamo arrivate alla formulazione di diversi interrogativi che ci sembrano tuttora molto interessanti: perché risulta così difficile guardare alla coppia come a un’unità e alla terapia di coppia come a una terapia sulla relazione e non sugli individui che la compongono? Come il piano verticale, familiare e generazionale s’intreccia con il piano orizzontale del gruppo dei pari nella costruzione dell’identità? Come i piani culturale e sociale s’intrecciano con il piano intrapsichico? Che differenze ci sono (soprattutto dal punto di vista della mente dell’analista) fra essere psicoanalisti di un paziente ed essere psicoanalisti di un gruppo o di una coppia o di una famiglia? Quali dimensioni sono da considerare comuni?

Per rispondere a queste domande abbiamo sentito il bisogno di proporre un gruppo di studio e ricerca teorico-clinico sull’articolazione fra i legami familiare e di coppia e il legame gruppale.

La domanda fondamentale che ci siamo poste è: in che modo la nostra esperienza di terapeuti di gruppo può arricchire il lavoro con le coppie e le famiglie? Ovvero in che modo l’esperienza della psicoanalisi di gruppo può aprirsi al lavoro analitico con le coppie e la famiglia? Senz’altro i terapeuti di gruppo sono più formati a una visione d’insieme, (poiché osservano il gruppo nel suo insieme) rispetto a un terapeuta con formazione solo individuale. Noi gruppoanalisti, infatti, consideriamo il gruppo non già come la sommatoria dei vari partecipanti, ma come una nuova entità e potremmo essere quindi facilitati a osservare una coppia o una famiglia come una nuova entità anziché come due o più individui insieme.

Si è formato un gruppo di studio costituito solo da soci APG; tra noi c’è chi ha una formazione specifica su coppie e famiglie, chi ha partecipato alla precedente serata scientifica, chi è desideroso di imparare come condurre una psicoterapia psicoanalitica di coppia e famiglia e chi già lavora saltuariamente in questo ambito.

Inizialmente il gruppo era composto da 9 persone, 9 donne, ci siamo riunite per otto volte dall’autunno 2018.

L’occasione è anche partita del fatto che in APG abbiamo una nuova socia argentina, con una formazione specifica sul gruppo-coppia-individuo, oltre ad essere di madrelingua spagnola, e questo ci ha ulteriormente motivato in questo viaggio.

Il compito che ci siamo date inizialmente è stato quello di studiare e mettere in comune pensieri, domande, riflessioni suscitati dall’articolo che per ogni incontro ci siamo proposte di leggere, facendo collegamenti con le nostre esperienze cliniche e conoscenze teoriche.

Darci un compito ha influenzato la costruzione del nostro gruppo di studio, apparentemente facilitandone il percorso di costituzione e di definizione degli obiettivi, ma al tempo stesso rendendo più rigido il contenitore gruppale, proprio per l’impegno assunto così preciso da svolgere.

A ogni incontro si è evidenziata la fatica ad assolverlo, perché le partecipanti avevano delle aspettative che non potevano essere soddisfatte (per esempio le meno esperte in terapia di coppia si aspettavano un aiuto dalle più esperte, chi non sa lo spagnolo si aspettava traduzioni chiarificatrici).

C’è stata fin da subito la necessità di tenere insieme vecchio e nuovo, alcune che si erano già incontrate prima (nelle serate scientifiche), altre che si sono iscritte al gruppo al suo avvio. Forse anche noi “costituenti” abbiamo fatto fatica ad accogliere il “nuovo” e ad amalgamarlo? Come i “nuovi” hanno fatto i conti con un percorso già definito a priori?

Tutte queste domande sono state alimentate dal concetto chiave che abbiamo ripreso e studiato in questi mesi di lavoro del gruppo: il concetto di vinculo/link/legame, centrale nello sviluppo teorico clinico della scuola argentina.

Riteniamo infatti che gli studi di Pichon Rivière, e i contributi di Janine Puget e di Isidoro Berenstein abbiano avuto grande influenza nel costruire una cornice teorico-metodologica utile per approfondire il processo dal gruppale alla clinica della coppia e della famiglia.

Perché utilizziamo il termine vinculo/link/legame? si chiedeva Pichon Rivière nel suo lavoro Teoria del vinculo (1985). E così scriveva: «In realtà siamo abituati ad utilizzare la nozione di relazione oggettuale nella teoria psicoanalitica, ma la nozione di legame è molto più concreta. La relazione oggettuale è una struttura interna del legame…Possiamo definire il legame come un tipo particolare di relazione con un oggetto; da questa particolare relazione risulta una condotta più o meno fissa con questo oggetto, la quale forma un pattern, un modello di comportamento che tende a ripetersi automaticamente sia nella relazione interna che nella relazione esterna con l’oggetto».

Pichon Rivière dal 1960 parlava della famiglia come gruppo interno e delle dinamiche familiari come dinamiche gruppali (Losso, 2017).

Berenstein (2001) e Puget (2006), che hanno ripreso e sviluppato il suo pensiero, considerano il vinculo/link/legame tra i membri della famiglia da una prospettiva che tiene conto anche delle concettualizzazioni di altre discipline (filosofia, fisica, antropologia culturale); lo definiscono una struttura inconscia che unisce due o più soggetti, determinati sulla base della “relazione di presenza”.

Per Berenstein la coppia è un aggregato nel quale la presenza di una persona non è aggiunta a quella dell’altro, piuttosto essa rappresenta un Due, e Uno da solo non determina la relazione. Ciò nonostante, ciascuna persona ha anche una determinazione individuale. Allo stesso tempo, quindi, due persone configurano due mondi, quello individuale e quello del vinculo.

Il concetto di “differenza radicale”, sviluppato da Bernstein e Puget, cioè il riconoscere l’alterità, il riconoscere che l’altro è diverso da me, originale e singolare, non paragonabile, è essenziale e costituisce il fondamento della coppia.

Il sentimento d’intolleranza è generato dall’irreducibile specificità dell’altro soggetto, che è simile, ma allo stesso tempo uno sconosciuto. L’estraneità si riferisce a quegli aspetti dell’altro che non possono essere rappresentati, ma solo presentati, e dunque portano a un incessante lavoro d’inscrizione e di far spazio nella propria mente. Quello che è straniero, strano, nuovo, radicalmente differente dell’altro, si manifesta nella costruzione del vinculo stesso nel momento dell’incontro, ed è dovuto anche alle caratteristiche non complementari di ciascun soggetto.

Nel tentativo di comunicarvi questo nostro lavoro e di farci capire, sappiamo che ci sarà anche la fatica di chi ascolta (e di chi ci legge).

Nonostante l’identificazione, qualcosa dell’altro resiste, si oppone, va oltre le similitudini e le differenze, cioè c’è una parte dell’altro che non può essere inscritta come propria dal soggetto e che rimane sconosciuta, cioè aliena, che è inerente al suo stesso esistere. L’alienità è ciò che caratterizza dunque fortemente l’altro e la maggiore difficoltà sta nell’accettarla, senza che possa essere totalmente trasformata e simbolizzata.

Nel vinculo/link/legame il soggetto non solo pre-esiste alla relazione, ma è anche costituito dal vinculo stesso. Come ben sappiamo avvenire nei gruppi, ogni altro impatta potentemente su ciascun soggetto e modifica entrambi i soggetti della relazione.

Tornando alla storia del nostro gruppo, che effetto fa per i “vecchi” giocarsi in nuove relazioni o osservare gli altri in nuove relazioni? La vita del gruppo ci presentava un ulteriore parallelo con i contenuti studiati: come ai vecchi toccava confrontarsi con il senso di competizione e di esclusione generato dall’ingresso dei nuovi membri, così abbiamo riflettuto sul fatto che anche nella coppia il trovarsi di fronte a un terzo, il terapeuta, è occasione, non sempre facile da cogliere, di osservarsi ed osservare l’altro e la propria relazione all’interno di un contesto nuovo, questa volta triangolare, capace di muovere forti sensazioni di competizione e di esclusione, ma anche di restituire maggiore senso di profondità al legame.   

Si è trattato di un gruppo “in movimento”, ci sono state assenze, qualcuna di noi ha lasciato il progetto.

Come ha influito sui movimenti del gruppo il fatto che ci fossero esperte e neofite rispetto alla terapia familiare e di coppia? Forse è difficile per professionisti affermati aprirsi a nuovi campi. Ci sono stati movimenti di dipendenza per l’aspettativa di ricevere risposte magiche e contemporaneamente movimenti di rivolta al sapere supposto indiscutibile. Pensiamo alle osservazioni apparentemente contrastanti rispetto al pensiero di Puget che era considerato piuttosto nuovo o che avrebbe dovuto fornire risposte esaurienti o che “non diceva niente di nuovo”. Nel gruppo si è osservata a volte una certa rigidità di scambi, che potrebbe essere vista come un aspetto narcisistico rispetto a come il gruppo voleva vedersi e a come sceglieva di difendersi dalla difficoltà del compito e dalla frustrazione di non capire, o da quella che fosse l’altro a non capire.

Può esserci un “inciampo” nell’attivazione del pensiero creativo rispetto a questo?

Tutte questioni ancora aperte, lavori in corso!

Questa fatica ci ha forse impedito di entrare più nello specifico degli articoli, confrontandoci con la teoria e i casi. Il gruppo si è mosso tra il desiderio di ricevere qualcosa di nuovo e la frustrazione della difficoltà di arrivarci.

Gli autori studiati hanno evidenziato lo stesso movimento relativo alla costruzione di conoscenza, che si basa sulla necessità di assimilare ciò che è nuovo cercando di paragonarlo a qualcosa conosciuto precedentemente.

Non è stato facile affrontare la clinica a partire dall’apertura teorica e ci siamo chieste se alcune colleghe si aspettassero più casi e meno teoria, o se sottostante ci fosse una idea magica che il semplice partecipare, e magari leggere poco, potesse permettere l’acquisizione della capacità di lavorare psicoanaliticamente con coppie e famiglie, o che il solo fatto di essere psicoterapeute affermate garantisse di poter integrare teoria e clinica facilmente in gruppo.

Fin dall’inizio abbiamo trovato difficoltà a reperire materiale degli autori proposti, perché poco tradotto in italiano ( per la maggior parte in spagnolo e in inglese e quindi per la maggior parte di noi complesso).

Ci siamo chieste se, rispetto alla difficoltà di traduzione, si possa analogamente parlare di analogie nella difficoltà di costruire un linguaggio condiviso e condivisibile partendo da esperienze e aspettative diverse. Non tutto si può tradurre, non tutto si può capire e bisogna accettare la “differenza radicale” fra parola/cosa, tra diverse lingue. Risulta chiaro che la fantasia inconscia e/o aspettativa più o meno consapevole che forse in questo gruppo si era conformata, cioè che una delle partecipanti fosse legata per similitudine alla provenienza degli autori, avrebbe reso meno difficile la comprensione degli aspetti nuovi. Questo non è fattibile e quindi il gruppo si è trovato davanti alla necessità di accettare il processo.  Anche la collega argentina si aspettava forse una più facile comprensione reciproca e anche per lei c’è stata la necessità di divenire consapevole che non si può esportare automaticamente la propria soggettività, neppure nella più favorevole delle situazioni.

Non abbiamo risposto a questi interrogativi, ma pensiamo che queste domande siano un buono spunto per costruire nuovi pensieri.

La teoria del vinculo ci ha molto sorprese, ha creato un clima di sconcerto e grande è stato lo sforzo per non focalizzare tutto sulle nostre teorie, per esempio su quella delle relazioni oggettuali. Forse abbiamo cercato degli agganci, perché era difficile stare nell’incertezza e tenere in mente diverse logiche e diversi livelli. Abbiamo cercato piuttosto di ricondurre al noto, alla somiglianza, più difficile è stato accettare l’alterità.

Lavorando sul pensiero di Puget, ci siamo impegnate a cercare nuove soluzioni, per uscire da posizioni irrigidite e paralizzanti, accettando che comunque ci sfugge sempre qualcosa.

Si può pensare anche che questo sia stato e sia uno degli obiettivi del nostro gruppo di studio, cercare di creare un contenitore che permetta di tollerare alcuni aspetti disturbanti della nostra pratica quotidiana, che creano discontinuità con il nostro sapere teorico, precedentemente acquisito e ben consolidato dentro di noi, per ricercare insieme nuovi sensi e significati. Abbiamo dovuto anche trovare una modalità feconda per riflettere insieme sulla teoria perché il modello di studio in gruppo non è ancora collaudato nella storia APG, e non è reso facile dalla storia medesima in cui diverse teorizzazioni/affiliazioni non di rado sono vissute come conflittuali.

Ci siamo riuscite? Abbiamo lavorato tre incontri su otto per preparare la serata. La serata è stata un “accadimento” (“una presentazione”) con cui abbiamo dovuto fare i conti; ci ha permesso di fare luce sugli aspetti inconsci della mente del gruppo, venendo a creare una nuova situazione di gruppo, con una rinnovata motivazione, desiderio di appartenenza, senso di coesione e di parità. Ciò ha permesso un riassestamento delle percezioni e ha portato un senso di realtà rispetto a molte delle fantasie anche inizialmente inconsce, di cui abbiamo accennato, che abbiamo dovuto rielaborare.

Ci pare che Puget e Berenstein abbiano concentrato il loro lavoro sul metterci in guardia da un pensiero miope e unilaterale, che siano stati disvelatori d’inganni, ricordandoci in ogni momento che la nostra prospettiva non è l’unica e che per poterci incontrare con l’altro dobbiamo fare un lavoro di decentramento. Questo decentramento è una meta cui aspirare, ma pur sempre irraggiungibile; e si traduce però in una relativizzazione del nostro punto di vista che permette di accogliere quello dell’altro.

Per questo gli autori ci avvertono che in un vinculo generazionale non esiste solo un apprendimento che va dalla generazione precedente a quella successiva, ci parlano anche di “trasmissione invertita”. Il concetto di trasmissione invertita è facile da applicare alla nostra società tecnologica in cui le nuove generazioni, native digitali, molto hanno da insegnarci su come funzionano le odierne modalità di comunicazione, di relazione, di formazione e di lavoro.

Inoltre, gli autori si concentrano sulla necessità di non dare mai per scontato, nella relazione, di conoscere l’altro, sottolineando un semplice paradosso: apparentemente in una relazione di coppia duratura ci si potrebbe immergere in una conoscenza sempre più approfondita dell’alterità dell’altro e invece questo è proprio il luogo in cui la nostra mente rinuncia alla ricerca, illudendosi di conoscerlo già.

Gli autori studiati ci esortano come terapeuti a tenere in considerazione in seduta non solo il piano della relazione d’oggetto e il piano interpersonale (il “due”, il “fare insieme”). E anche: arrivati con fatica a pensare in modo nuovo al rapporto interpersonale ci si presenta un ulteriore campo di esplorazione, quello sociale.  A questo proposito Puget ci propone una riflessione sulla soggettività sociale (Puget, 2015), che dovremmo pensare come una componente dei rapporti umani, con significati propri e in grado di generare conflitti propri.[2]

Gli scritti di Peuget e Berenstein aprono lo sguardo a 360 gradi su diversi piani compresenti in ogni nostra esperienza di vita che, se non possiamo esaminare tutti contemporaneamente, dobbiamo almeno considerare come esistenti.

Il loro “aprire a diversi piani” è forse fonte anche della frustrazione che abbiamo sentito perché, anziché chiudere un discorso, ne apre molti altri.

Il gruppo sta continuando a lavorare ed è intenzionato a proseguire il prossimo anno, approfondendo un altro autore che possa essere utile per evidenziare il passaggio dalla terapia di gruppo a quella della coppia e della famiglia.

Ci rendiamo pur conto delle difficoltà ad approcciare nuovi dispositivi analitici, che non siano quelli di gruppo e individuale, e accettare di potersi disporre in uno stato mentale diverso. Questo prevede necessariamente un nostro grande sforzo e un nuovo coraggio.

 

 

BIBLIOGRAFIA LETTA E DISCUSSA DAL GRUPPO
Berenstein I. (2001) The link and the Other. In: International Journal of Psychoanalysis, 82:141-149.
Berenstein I. (2005) Il vincolo familiare. In Quale Psicoanalisi per la coppia? A cura di Nicolò A. M. e Trapanese G., Franco Angeli, Milano.
Berenstein I. (2008) Una situazione vincolare: la presenza. Coloro che ci sono e coloro che mancano in una seduta familiare. In: Quaderni di Psicoterapia Psicoanalitica  Coppia e Famiglia nella psicoanalisi: soggettività e alterità. A cura di Nicolini E. , Borla, Roma.
Berenstein I. (2010) The link and its interferences. In: Family and Couple Psychhoanalysis,  ed. Sharff D. and Palacios E., Karnac, London, 2017.
Berenstein I. (2012) Vinculo as a relationship between others. In: The Psychoanalytic Quarterly 2012, Volume LXXXI, Number 3.
Losso R. (2017) Pichon Riviére and the theory of the link. In: Family and Couple Psychoanalysis. Ed. Scharff D. and Palacios E., Karnac, London.
Moscona S., Kuras De Mauer S., Resnizky S. (2018) Dispositivos clinicos en Psicoanálisis.
Letra Viva, Buenos Aires.
Pichon Rivière E. (1985) Teoria del vinculo. Nueva Vision, Buenos Aires.
Puget J. (2006) The use of the past and the present in the clinical setting  Pasts and presents. In: International Journal of Psychoanalysis 87:1691-707.
Puget J. (2010) The subjectivity of certainty and the subjectivity of uncertainty. In: Psychoanalytic Dialogues 20:4-20, 2010.
Puget J. (2015) Come pensare la soggettività sociale oggi?. In: Interazioni n.2, 2015, pp. 59-71.
Puget J. (2018) Subjetivaciòn discontinua y psicoanalisis, Editorial Lugar, Buenos Aires.

 

 

 

[1] Questo lavoro è stato presentato il 29 maggio 2019 nell’ambito del ciclo di incontri del calendario Scientifico 2019 di APG dal titolo “Il Gruppo come luogo di pensiero e di trasformazione nell’interfaccia con il sociale”.

[2] Le riflessioni di Puget ci hanno dato una spinta ulteriore a pensare sulla nostra attuale società fatta di soggettività migranti; oggi dobbiamo fare posto agli “orfani sociali”, persone cioè che non hanno riferimenti giuridici che le proteggono e che quindi devono essere accolte dalla società nella loro diversità. Concetti come appartenenza e identità, con i quali abbiamo pensato la nostra soggettività sociale, all’interno di un modello familiare (vedi madre patria e leggi come norma paterna) non possono più essere l’unico ruolo centrale Questa situazione non poteva essere pensata un secolo fa, perciò i riferimenti teorici devono essere riformulati.

 

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