CORONAVIRUS/ Come liberare la mente dal Pifferaio che ci tiene prigionieri?

“Ringraziamo la rivista Il Sussidiario di averci concesso la pubblicazione dell’articolo sul nostro sito.Vi annotiamo ilsussidiario.net con cui restare in connessione e aggiornamento”.

CORONAVIRUS/ Come liberare la mente dal Pifferaio che ci tiene prigionieri?

di Fulvio Tagliagambe

“Ripulirò questo luogo da tutto / Devono venire tutti via con me / Suono un accordo… / Scherno e derisione per voi / Ora vengo a prendere la mia ricompensa” (Der Rattenfänger, J. W. Goethe, 1803)

In questo caso non si tratta di una punizione come conseguenza di una colpa. Né intendo riferirmi a responsabilità, che pure la convenienza politica usa come proiettili. Perlomeno non è questo ciò su cui vorrei riflettere.

Nella tradizione tedesca il Pifferaio magico si portò via i bambini di Hamelin per non essere stato pagato dopo aver liberato la cittadina dai ratti e dalla peste. Così gli abitanti del borgo hanno pagato il prezzo della loro avidità con la perdita dei propri figli. Era il 1284 e il bacillo, l’Yersinia pestis, avrebbe causato nel corso dei secoli altre terribili pandemie.

L’odierno Pifferaio, il coronavirus, con la memoria storica dei nostri vecchi, i più colpiti tra le generazioni, sta portando al suo seguito certezze e abitudini, sovvertendo convinzioni e costumi. Come psicoanalista, e psicoterapeuta di gruppo, mi trovo a stretto contatto con gli esiti disfunzionali che si riflettono nelle forme di disagio, fino alle patologie, che sono tipiche della nostra epoca.

L’arco salute-malattia si gioca in un delicato equilibrio che coinvolge il corpo e la mente in stretta connessione con l’ambiente che vivono. L’avere cura non può prescindere da una visione olistica che prenda in considerazione l’individuo come unità psico-fisica che si costituisce nella relazione con l’altro e con l’ecosistema in cui è immerso. Gli effetti del coronavirus ci impegnano in tutti questi ambiti che sono strettamente connessi con la nostra stessa identità.

Nei limiti che non consentono di disporre di una cura efficace, abbiamo però strumenti di osservazione e di diagnosi che ci permettono di soppesare l’incidenza di questa malattia sul nostro corpo. La medicina moderna dispone di tecnologie che sono in grado di vedere l’organismo in azione. Possiamo così, attraverso la Tac o la Risonanza magnetica, valutare e misurare, ad esempio, l’incidenza del virus sui nostri polmoni.

Se il corpo, in quanto elemento fisico, può essere determinato e misurato, nessun congegno tecnologico è in grado di riflettere la nostra mente. Solo un’altra mente lo può fare. Quanto e in che modo il virus vi è penetrato e con quali conseguenze è un quesito a cui, in ambito psicoterapico, stiamo cercando di rispondere.

Il pensiero psicoanalitico rappresenta, per questo compito, uno strumento fondamentale. Ce ne stiamo occupando rispondendo alle limitazioni imposte dalla situazione, mantenendo il più possibile il contatto con i nostri pazienti, ascoltandoli, anche per mezzo dei moderni dispositivi, in un assetto mai sperimentato in precedenza. Così come il corpo viene creato dalla coppia che lo genera, anche il nostro apparato psichico si forma e si sviluppa attraverso la relazione con gli altri. L’essere umano è il frutto dei suoi gruppi di appartenenza; da quello primario della famiglia fino alla società di cui fa parte. Ci proteggiamo nel chiuso delle nostre case, misuriamo la distanza tra noi e gli altri, quando siamo costretti a uscire. E, mentre cerchiamo di preservare il nostro organismo dalla minaccia dell’altro, alla nostra mente viene a mancare il nutrimento fondamentale.

Le città, apparentemente intatte, con le strade, gli autobus, le case, i parchi, perdono senso per l’assenza dell’altro. Le città nascono in uno spazio vuoto, anonimo, che diventa luogo, come ci insegna Wittgenstein, nel momento in cui consentono lo scambio e la condivisione con l’altro. È su questo che si fondano.

Siamo rimbalzati in un vuoto che ci impedisce di alimentare il nostro Sé che è intessuto nelle relazioni, la materia prima di cui siamo fatti. L’essere parte di un gruppo ci permette di nutrire il nostro pensiero, i nostri affetti, di acquisire nuove competenze, di arricchire la nostra individualità, per nuove appartenenze più evolute con cui sviluppare la nostra originale unicità. Siamo di una famiglia, di un insieme di amici e conoscenti, di un amore, di un partito, di una squadra sportiva, di un paese, di un luogo di studio, di lavoro.

Costretti nell’isolamento, scopriamo la dolorosa mancanza del riconoscimento che solo la relazione con l’altro ci può dare. Prima ancora del non poter fare, ciò che più profondamente ci disorienta è il non poter essere con l’altro, per l’altro, attraverso l’altro.

Lo vediamo bene per contrasto, nella prorompente vitalità di tutti coloro i quali sono direttamente impegnati nella cura di questi malati. Medici, infermieri, volontari, e i lavoratori che sono a diretto contatto con le note del Pifferaio e che lottano per sottrargli ulteriori vittime. Siamo bendisposti a santificarli, a definirli eroi per il loro sacrificio. Potremmo piuttosto riconoscerli come persone e cogliere in loro quella stessa energia vitale che appartiene a tutti noi, quando il peso della realtà spazza via nevrosi, falsi bisogni, illusioni di controllo, rivalità narcisistiche, smisurate volontà di potenza e angosce di impotenza. Quando la relazione affettivamente empatica ci consente di riconoscerci nell’altro e preservarne la vita ci dà vita. Se li vediamo autenticamente nella loro umanità possiamo al contempo risvegliare e sentire la nostra.

Il valore della psicoanalisi consiste nel sottrarci a quegli automatismi inconsci che costruiscono barriere che ci chiudono ai rapporti. Consiste nel saper rispondere alla costrizione dell’agire, per un libero arbitrio che può nascere solo quando diamo tempo al sentire, al riflettere e condividere scelte che, con l’altro, divengono con-sapevoli. Ancor più in un momento come questo, in cui siamo soggetti alla realtà imprescindibile del nostro corpo, è fondamentale un buon uso della mente. Non imprigioniamola negli stessi limiti. La mente non è fatta per questo. La sua funzione sta proprio nell’oltrepassare la realtà, nel poter pensare a ciò che non c’è, ma che ci piacerebbe ci fosse, estendendosi dove altrimenti non potremmo arrivare. È così che l’essere umano che, per sua costituzione non può volare, ma fantastica di farlo, arriva a progettare e costruire gli aeroplani.

I sogni quando incontrano la realtà la rendono fertile, altrimenti si perdono nell’empireo, così come un pensiero concreto, senza sogni, ci pietrifica. Questo periodo ha incrinato le nostre certezze e ci fa sentire più fragili. Le cose non sono come le nostre convinzioni, ma nuove convinzioni possono creare nuove cose.

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2 commenti

  1. Lara Giambalvo on

    Condivido una riflessione e una domanda generate dalla lettura di questo suggestivo articolo: questa quarantena ci accomuna non necessariamente per il fatto di distanziarci dall’altro, quanto forse perché irrigidisce tutte le distanze, creando pieni che sono sempre pieni e vuoti che sono sempre vuoti, senza possibilità di scambio. Mi chiedevo se non potesse essere questa realtà fisica a “rattrappire” le menti, ad esempio lasciandoci più preda dei nostri oggetti interni e rendendoci più complicato il poterci stupire dell’alterità dell’altro.
    Forse la quarantena delle menti rende più difficile il nostro lavoro di gestione del rapporto con gli altri inteso come delicato equilibrio, sempre in movimento, tra passato e qui ed ora.

  2. Federico presti on

    sono convinto che va coltivata una nuova creatività. ..partendo da momenti di solitudine anche pesante e drammatica. .ma che può attivare aspetti nuovi…un po come avviene per chi è in prigione o sequestrato…Poi certo il contatto virtuale. .reale con i nostri pazienti per condividere e rassicurare…Infine la dimensione onirica. ..i nostri sogni e quelli dei nostri pazienti. ..uno stimolo per trovare nuove aperture mentali… nuovi luoghi della mente. ..

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