Il neo-gruppo, luogo di elaborazione del transgenerazionale

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La versione originale francese di questo articolo è: “Le néo-groupe, un lieu pour penser et/ou panser la famille en souffrance” di Evelyn Granjon in Le Divan Familial Revue de thérapie familiale psychanalytique, 45/Automne 2020. L’autore ha fornito il consenso alla pubblicazione in italiano (traduzione di Velia Bianchi Ranci).

Ci sono antenati che ci hanno detto, raccontato, ci hanno permesso di pensare alla loro storia …, ma ce ne sono anche altri che hanno taciuto, non hanno detto niente, ci hanno nascosto parte di ciò che hanno vissuto oppure hanno mentito. Tuttavia non ci hanno per questo esonerato dal dovere di eredità, né ci hanno sciolto dal nostro debito. Perché l’ordine ancestrale assegna ciascuno a un posto e impone a ciascuno un carico (charge); mentre il gruppo familiare offre a ciascuno i mezzi per gestire e acquisire questo patrimonio ereditario.
La famiglia, come sappiamo, partecipa alla continuità, all’evoluzione e alla singolarità della vita psichica. Luogo del messaggio degli antenati, con la sua parte di ombre, culla della vita psichica individuale, crocevia dei tempi, la famiglia è il luogo in cui si co-costruisce la storia condivisa. Con voci diverse, in forme diverse e in diversi luoghi, memoria, censura, dimenticanze e ricordi si esprimono, si mescolano, si completano o si annullano. Tutte queste dichiarazioni partecipano alla costruzione della storia e del romanzo della famiglia. E a questa fonte, ciascuno può prendere la parola e acquisire la parte che gli spetta.
A quali condizioni è possibile tale lavoro? È il gruppo che rende possibile il lavoro di elaborazione e appropriazione di ciò che viene trasmesso. In ogni gruppo, gli spazi psichici individuali (intrapsichici), la trama dei legami che li collega e lo spazio psichico specifico del gruppo sono collegati, articolati e “tenuti insieme” grazie ad alleanze consce e inconsce passate e suggellate tra tutti. Questi tre livelli, nel gruppo familiare, sono in rapporto con modalità e aspetti diversi della trasmissione psichica. La trama e l’intreccio dei diversi ed eterogenei spazi psichici delle parti e dell’insieme-famiglia ne definiscono l’identità, ne organizzano la temporalità e partecipano alla sua vita psichica, nonché al “lavoro di eredità”. Ricordiamo che questo apparato dei tre spazi psichici del gruppo corrisponde all’Apparato Psichico Familiare (APF) che avvolge, collega e ha la funzione di “produrre, associare e trasformare elementi psichici” (R. Kaës, 1993) portati dai membri del gruppo e di cui essi si nutrono. Ognuno può affidare al gruppo ciò che non riesce a gestire da sé, e ognuno prende la parola ai punti di snodo della propria soggettività e della propria appartenenza al gruppo.
Pertanto, nel gruppo, vengono depositate, trasformate e prodotte formazioni dell’inconscio. La vita psichica si iscrive nella continuità e dipende dal gruppo.
Queste poche precisazioni – che qui accenno soltanto – ci portano a interrogarci sui malfunzionamenti dell’APF, fonte della sofferenza familiare, sulle loro cause e il loro trattamento, nei rapporti con ciò che hanno trasmesso quelli vissuti prima.

Trasmissione psichica e sofferenza familiare

La clinica ci ricorda quotidianamente che ciò che fa soffrire famiglie e coppie è legato alla loro eredità, ai suoi difetti o alle sue carenze. Ciò che gli antenati trasmettono ai loro discendenti è certamente fondante, strutturante, ma può anche essere ingombrante e alienante; ed è al gruppo, e in particolare al gruppo familiare, che questa parte del patrimonio ereditario è affidata.
Perché “se nessuna generazione può nascondere ai suoi discendenti gli eventi psichici importanti che ha vissuto”, come ha osservato Freud, è anche necessario che “ciascuno” acquisisca questa eredità imposta, vale a dire la trasformi per consentirne l’appropriazione e il rilascio del debito che impone. E’ a questo lavoro che il gruppo partecipa.
In particolare, gli eventi vissuti in famiglia offrono alle perdite o alle trasgressioni del passato l’opportunità di riprendere un lavoro di trasformazione, o di continuare un lavoro di lutto interrotto, o impedito, nelle generazioni precedenti.
Tuttavia, alcuni eventi risvegliano o rivelano elementi forclusi del passato o nuclei traumatici incistati; questi costituiscono resti vividi e potenzialmente distruttivi, che s’impongono in modo persistente e ripetitivo e sono suscettibili di essere riattivati, con il loro carico di angoscia, terrore o vergogna. Gli effetti di tali ritorni e tali collusioni invadono e disturbano la vita psichica individuale e gruppale. E a volte la vita familiare diventa un teatro delle ombre in cui silenzi, grida e sussurri si mescolano agli scambi e impediscono la sua creatività fantasmatica. Tracce di traumi, di perdite o di atti insensati del passato invadono la vita psichica familiare, ma rimangono innominabili, impensabili, inappropriabili. Questa modalità di trasmissione di ciò che manca o è difettoso, di ciò che non può essere detto nè raccontato, che ho proposto di chiamare trasmissione transgenerazionale (E. Granjon, 1998), impone agli eredi, a volte per diverse generazioni, resti, tracce e perdite del passato ma ne vieta l’accesso. E questa eredità, se non riesce a trovare spazi di deposito e stoccaggio, o luoghi di trasformazione, ostacola la costruzione dei legami e delle alleanze inconsce e fragilizza il gruppo.
La vita psichica individuale e in gruppo è quindi difficile. Perché la famiglia e i suoi membri sono caricati di una parte inaccessibile o proibita dell’eredità e si trovano privati delle possibilità di saldare i conti del passato e di liberarsi dal debito che li aliena: destino oscuro e pesante! Allora il gruppo familiare talvolta offre veli ai morti senza sepoltura che diventano fantasmi, scatole o trappole per contenere segreti o silenzi, oggetti che concretizzano frammenti privi di senso; ma tutti questi contenenti del negativo (E. Granjon, 1998) che contengono e trasportano il passato, ma non se ne ricordano, vengono depositati, annodati nei legami del gruppo familiare e a carico del gruppo stesso. E in alcuni casi sono dei sintomi che arrivano a rappresentare l’impensabile e l’impossibile memoria, facendo di uno dei membri della famiglia il portatore della “memoria dell’oblio”.
Queste famiglie sofferenti vengono a consultarci e ci raccontano le loro difficoltà a vivere insieme e a separarsi, saldamente uniti dal loro passato e incapaci di portare avanti il loro progetto di vita psichica che permette a ciascuno “di essere fine a se stesso, nonché membro di un gruppo e anello di una catena a cui appartiene” (Freud, 1914).

Il “neo-gruppo”

È un lavoro gruppale quello che offriamo alle famiglie in difficoltà. La messa in gruppo della famiglia e l’enunciazione del progetto terapeutico configurano un momento fondativo. La famiglia e ciascuno dei suoi membri sono invitati ad accettare – o rifiutare – l’impegno imposto dal lavoro analitico, per un periodo indeterminato, in un gruppo composto dalla famiglia, dai suoi membri e dagli psicoanalisti. Questo “neo-gruppo” (E. Granjon, 1987), così costituito, offrirà alla famiglia un luogo di supporto, per il recupero e la trasformazione di ciò che è rimasto in sofferenza nei legami e nello spazio psichico familiare.
In questo neo-gruppo, e in un dispositivo stabilito e fisso, ognuno è invitato a portare i propri pensieri, i propri sogni, le proprie emozioni, i propri ricordi e quelli della famiglia, nell’associatività del gruppo, nel tempo delle sedute e nel rispetto della regola dell’astinenza: ciò corrisponde alle condizioni richieste affinché sia possibile un processo psicoanalitico gruppale. L’iscrizione del neo-gruppo nel campo della psicanalisi, che impone il suo setting e le sue regole, determina il suo progetto terapeutico: quello della conoscenza e della trasformazione delle formazioni dell’inconscio che si mobilitano nello spazio psichico definito dal dispositivo gruppale.
Nel gruppo terapeutico, potranno essere depositate e accolte le formazioni psichiche che le psiche individuali e la psiche familiare non possono elaborare, provenienti dagli spazi intrapsichici, dai legami familiari e dallo spazio psichico specifico della famiglia.
In questa situazione e su più livelli, scambi, condivisioni, comunità e estraneità coesistono, si completano o si confrontano. Oltre che dai diversi discorsi e dichiarazioni, lo spazio del gruppo costituito è invaso da “piccoli scambi”, fatti di silenzi, gesti, movimenti …, da “piccoli nonnulla” impercettibili, da ombre. Tutti questi “granelli di sabbia” scaturiti dall’incontro riempiono il campo gruppale e ne formano la consistenza. Costituiscono lo spazio psichico del gruppo terapeutico rappresentato dal centro “vuoto” del gruppo. Ricordiamo che la specificità del neo-gruppo rispetto a qualsiasi altro gruppo consiste nella presenza del legame familiare, già costituito, luogo di deposito di elementi di origine genealogica. Pertanto, il neo-gruppo rende possibile mettere in comune e condividere le formazioni e gli oggetti inconsci non rimossi di ciascuno, annodati nei legami familiari, con le parti più regredite dei terapeuti, presi nei loro legami di affiliazione e in quelli dell’intertransfert. In questo legame gruppale così costituito, ciascuno è parte che prende e parte che è presa.
È su questo terreno che gli elementi mobilitati dell’inconscio e le emozioni che non sono ancora accessibili potranno essere depositati, immagazzinati e / o trasformati. È su questo terreno che si costruiscono i legami transfero-contro-transferali, e che si organizza la catena associativa gruppale.
Perché a poco a poco, nella tessitura di elementi verbali e non verbali, da parole, disegni, giochi, ma anche silenzi e rumori, comportamenti e mimiche di ciascuno associati gli uni agli altri, una trama discorsiva si costituirà nel neo-gruppo, offrendo un possibile luogo di accoglienza per le emozioni e per le altre forme di enunciati dell’inconscio. Sono produzioni gruppali, che provengono dalla famiglia e corrispondono a riflessi dell’appartenenza di ciascuno.
Questa catena associativa eterogenea e complessa che si sviluppa nel gruppo terapeutico è quindi prodotta a partire da dichiarazioni individuali e da rappresentazioni inconsce del gruppo familiare. Ognuno prende la parola al punto di snodo tra la propria soggettività e la singolarità psichica del suo gruppo di appartenenza; e ciò che porta dentro questa situazione non è né totalmente singolare né unicamente gruppale, ma è detto nella “lingua originale” della famiglia. Questa catena del discorso è quindi il supporto delle tracce di ciò che dell’inconscio è mobilitato in questa particolare situazione.
Quindi, nel neo-gruppo, l’inconscio è detto, trasmesso e lavorato più volte, in diversi registri e diversi linguaggi. Nei legami trasferali, in particolare, formazioni inconsce rimosse o negate si attualizzano o si legano, in relazione alle zone d’ombra dell’eredità, derivanti dalla trasmissione transgenerazionale. È a questo “discorso”, a questa catena associativa gruppale (R. Kaës, 1993) che porgiamo il nostro ascolto; ascolto di questo inconscio a più voci, proveniente da più luoghi e rivelantesi nella libera associazione dei membri della famiglia riuniti in gruppo.
Il neo-gruppo è quindi il luogo di costruzione e organizzazione di una nuova catena di discorso che sostiene la catena discorsiva della famiglia; esso si offre quindi come luogo di ripresa ed elaborazione di ciò che è rimasto in sofferenza nel legame familiare e di ciò che non può beneficiare di un lavoro di elaborazione individuale; propone di continuare e riprendere il lavoro di legame e trasformazione interrotto o impedito nel gruppo familiare. Questa nuova organizzazione dei discorsi dei membri della famiglia espressi nella situazione trasferale getta una nuova luce sulla storia familiare; consente, attraverso il lavoro associativo, di rivelare determinate zone d’ombra, di figurare e rappresentare certe pagine bianche della storia familiare e di dare loro senso.
Lì potrà pensarsi e raccontarsi in modo diverso ciò che non si poteva dire nella famiglia. È il lavoro di mitopoiesi del gruppo, lavoro specifico del gruppo.
Ma il neo-gruppo intende anche essere il luogo di deposito e di stoccaggio delle parti del non pensato e dell’irrappresentabile familiare. Il neo- gruppo diventa lo “specchio del negativo transgenerazionale” della famiglia. E straripamenti emotivi, eccitazione o stupore, comportamenti violenti, attacchi al setting e agli oggetti, appaiono come effetti trasferali, nel neo-gruppo, del patrimonio transgenerazionale, del passato a carico della famiglia.

Manifestazioni ed effetti del negativo della trasmissione nella TFP

Come si manifestano gli effetti della trasmissione transgenerazionale nel neo-gruppo? E’ a livello dei legami, sia nelle relazioni transfero-controtrasferali (inclusi i loro aspetti intertrasferali) che nello spazio del neo-gruppo, che possiamo individuare le manifestazioni e gli effetti del negativo della trasmissione di ciò che, dell’inconscio, viene trasmesso ma non trasformato.
Abbiamo imparato a riconoscerne alcuni segni: rotture o incollamenti nell’associatività, silenzi o rumori, intervento intempestivo di frammenti di pensiero, di comportamenti o gesti non correlati ai discorsi, nonché proiezioni più o meno violente di forme che vengono ad attaccare i legami o il pensiero.
D’altra parte, siamo sensibili alle dimenticanze, alle censure, ai divieti che si insinuano nel transfert e nel controtrasfert, nonché a determinate sensazioni (affaticamento, sonnolenza, eccitazione …), emozioni o sofferenze senza oggetto che compaiono nei terapeuti.
Tutto questo materiale “negativo” che segnala lo slegamento si impone, ci disturba, mettendo alla prova le qualità di contenimento del gruppo, il suo setting e le nostre capacità di accoglienza e di ascolto. Siamo presi nella regressione e nei meccanismi di difesa che crea. Solo l’individuazione e l’analisi di queste manifestazioni controtrasferali permettono di creare uno scarto, uno spazio di trasformazione.
Ma esiste in particolare un tipo di materiale che si trova specificamente all’inizio della TFP e su cui vorrei soffermarmi: sono parole, espressioni, a volte comportamenti o oggetti concreti usati in modo ripetitivo dai membri della famiglia; sorgono e si impongono, senza trovare né posto nè significato nella catena associativa familiare. Questo tipo di materiale, che ho proposto di chiamare oggetti grezzi (E. Granjon, 1998), appare senza emozione particolare, ma costella e interrompe il discorso familiare. Estranei al senso ed estranei alla situazione, questi “oggetti grezzi” sembrano imporsi e ripetersi nel gruppo terapeutico, senza causa o ragione, ma non possono entrare in un lavoro associativo, sono rimessi continuamente nel cantiere del gruppo senza poter beneficiare del lavoro gruppale.
Siamo gravati da questi elementi intrusivi, e privi delle nostre qualità associative. Queste parole, espressioni e gesti ripetuti con la massima indifferenza dai membri della famiglia ci disturbano e a volte fanno violenza. Gli oggetti grezzi sembrano provenire da quella parte dell’inconscio messa in comune e fusa del gruppo familiare, del livello transoggettivo del gruppo, della rete dei legami. Questi frammenti senza senso, queste tracce senza memoria di una storia impensabile, sono proiettate nello spazio accogliente del gruppo terapeutico, ma vengono a disturbare la tessitura associativa e l’elaborazione di una catena di senso.
Cosa fare di tutto questo “materiale” inconscio? Come trattare, cioè trasformare, le manifestazioni e gli effetti della trasmissione transgenerazionale?

Il lavoro terapeutico

Espressione di elementi negativi irriducibili, effetti di trasformazioni impossibili, manifestazioni di processi primari, tutto questo materiale investe e grava sui processi associativi e sul lavoro di analisi. Lo spazio e i legami del neo-gruppo (in particolare quelli del transfert e del controtransfert) diventano un luogo di deposito e proiezione del negativo della trasmissione.
Accogliere, contenere e conservare questi elementi precede qualsiasi lavoro di analisi e corrisponde alla prima funzione del neo-gruppo, che diventa il ricettacolo del negativo transgenerazionale. La famiglia ci affida ciò che non può pensarsi né essere ricordato, tutti quegli elementi inconsci che non hanno potuto beneficiare dei processi di rimozione.
Un paziente lavoro di connessione, di tessitura associativa di tutti questi frammenti sparsi, diffratti nel neo-gruppo, nonostante gli attacchi ai legami che subiscono questo gruppo e i terapeuti, consentirà di costruire, nel qui e ora del gruppo terapeutico, certe forme, che corrispondono a delle vere creazioni gruppali (E. Granjon, 2006).
È questo lavoro creatore di figurazione (e non un tentativo di dare senso agli elementi imposti e depositati nel gruppo) che consentirà di offrire una forma agli elementi negativi vaganti, a questi “granelli di sabbia” che ingombrano lo spazio del gruppo. La costruzione nello spazio e nel tempo delle sedute di contenenti negativi consente di offrire un supporto a certi silenzi o vuoti: forme innominabili, veli che delimitano il vuoto, oggetti concreti. Questi oggetti co-costruiti dal gruppo, divenuti oggetti di relazione, vengono quindi presi nella trama intersoggettiva del gruppo, depositari delle parti non integrabili di ciascuno, luogo di riserva dei resti insensati, dello straniero o anche dello strano per ciascuno. Gli oggetti di relazione, contrariamente agli oggetti grezzi, sono oggetti intermediari, organizzatori e supporto della relazione. Potranno così trovare posto nella catena associativa gruppale. Quindi segreti, fantasmi, oggetti concreti e altre figure o forme insensate create dal gruppo devono essere accolti e “conservati” dai terapeuti. Prendono parte per un certo tempo al lavoro di collegamento e ai processi di elaborazione (cfr. G. Gimenez, 2005).
Il lavoro associativo consentirà in seguito a queste forme e figure costruite dal e nel neo-gruppo di partecipare a un lavoro di rappresentazione, di entrare in scena.
La creazione di scenari giocosi e fantasmatici consentirà al neo-gruppo di essere il teatro in cui viene riprodotta la genealogia dove personaggi sconosciuti o di ritorno troveranno spazio e parola; diranno allora in modo diverso ciò che era stato taciuto o nascosto nella storia familiare. Gli enigmi del passato diventeranno misteri, alimentando la curiosità di ciascuno, e i silenzi avranno la loro voce. E se gli antenati continuano a non parlare, le loro tombe non saranno più mute.
Quale sarà il ruolo dello psicoanalista? Sarà in grado di accettare di essere tenuto segreto o di essere uno che conosce e che tace? Potrà accettare di essere nel transfert l’antenato dirompente, persecutore, pericoloso o idealizzato ? Dovrà tollerare la regressione che impone la “messa in gruppo” con una famiglia, accettare di mettere a disposizione il proprio apparato psichico, tollerare l’intrusione e l’irruzione, ma soprattutto l’incomprensione e l’astensione da qualsiasi interpretazione prematura che impongono l’individuazione e l’accoglimento di questi elementi emersi dagli strati più profondi dell’inconscio. Queste sono le condizioni per una possibile trasformazione del negativo transgenerazionale che gravava sulla famiglia in un lavoro di recupero ed elaborazione, nell’appoggio offerto dal neo-gruppo.
Poi, in modo più classico, lo psicoanalista dovrà accettare di andare a scavare nei propri archivi familiari, rivelare i propri fantasmi, rivisitare certe esperienze nascoste o ricordi proibiti, perché l’indicibile storia della famiglia talvolta incontra la storia familiare dello psicanalista. Tutti questi scenari serviranno quindi da intermediari e sensori per i divieti e i silenzi transgenerazionali della famiglia.
È a questo prezzo che il neo-gruppo potrà diventare il luogo in cui un’altra storia verrà raccontata e scritta, la storia della TFP, con i suoi segreti sulle sue origini e sui suoi miti contenitori.
E questa storia potrà raccontare in modo diverso ciò che non si poteva dire nella famiglia.

Bibliografia

Freud S. (1914), Pour introduire le narcissisme, in La, vie sexuelle, Paris, PUF, 1969.
Gimenez G. (2006), Les objets de relation en situation individuelle, groupale, familiale, in Le Divanfamilial n° 16, Paris, In Press.
Granjon E. (1987), La TFP: un processus de réétayage groupal, in Dialogue n° 98, Érès.
Granjon E. (1998), Du retour du forclos généalogique aux retrouvailles avec l’ancêtre transférentiel, in Le Divan familial n° 1, Paris, In Press.
Granjon E. (2006), S’approprier son histoire, in La, part des ancêtres, Dir.: A. Eiguer,E. Granjon, A. Loncan, Paris, Dunod.
Kaës R. (1993), Le groupe et le sujet du groupe, Paris, Dunod.

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