La mente analitica nel setting dei gruppi non terapeutici

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A cura di Martina Guerrini e Nicoletta Jacobone[2]
Membri del gruppo: Margherita Autuori[3], Stefania Baldo, Francesca Casali, Fanny Gallizzi, Chiara Maranò, Simona Verga

1. Premessa che ha guidato la creazione del gruppo

Gli incontri di intervisione sui gruppi clinici non terapeutici sono nati da una domanda dei giovani diplomati Coirag di Milano raccolta dal precedente direttivo nel 2014. Quegli ex allievi affermavano di “non sentire” un’appartenenza alle consociate attive nella propria sede e il Direttivo di allora ha provato a rispondere a quel bisogno, interrogandosi su quali contenitori sarebbero stati adatti alle loro esigenze professionali.

È esperienza diffusa che allievi ed ex allievi siano sempre giovani professionisti che si affacciano al mondo del lavoro, ingegnandosi in ogni modo per sbarcare i costi di una continua formazione e poter contemporaneamente intraprendere la necessaria via dell’autonomia. Coirag è davvero il Gruppo dei gruppi e durante gli anni di scuola gli allievi hanno a che fare con una varietà di docenti e con la molteplicità delle OC. A Milano, ad esempio, due (APG e Ariele), con tanti insegnanti diversi durante i quattro gli anni, per cui è difficile scegliere l’appartenenza a una consociata o all’altra perché la loro definizione è sfumata. È verosimile che ci possa essere conflitto o ambivalenza tra identificazioni affettive coi docenti e tentativi di capire come funzionino le OC e in quale sarebbe opportuno collocarsi. O, ancora, ci si può chiedere se non sia meglio fare da sé e cercare di salvarsi da soli, come oltretutto sta suggerendo una certa parte della (in)cultura narcisistica attuale.

Quegli ex allievi sottolineavano che anche all’interno di APG erano carenti i momenti di condivisione e supporto (tra pari e con colleghi senior) che potessero rispondere alle lacune formative evidenti nei vari contesti lavorativi, non di rado ibridi. Emergeva infatti che al conseguimento del diploma, i neo terapeuti si scontravano con una discrepanza tra la fine della scuola e l’accesso al lavoro come psicoterapeuti.

La nostra associazione ha così iniziato a chiedersi come sviluppare strumenti idonei al lavoro analitico in setting non strettamente terapeutici e sono stati invitati a partecipare ad una serie di incontri alcuni ex allievi Coirag rimasti in relazione con membri di APG (per terapia, supervisioni, osservazioni di gruppi, tirocini). Da qui l’avvio del gruppo di intervisione (GI), che ha visto il coinvolgimento di varie generazioni, in un processo di scambio di competenze ed esperienze divenuto molto arricchente in ambiti e su problematiche ancora poco esplorati, data una letteratura specifica a nostro sapere tuttora carente.

2. Organizzazione, metodo ed oggetto del GI

Il gruppo di intervisione, che è aperto e quindi si è modificato nel tempo, ha preso avvio con l’obiettivo di istituire momenti di riflessione e confronto, occasioni rare nei contesti lavorativi (di cui gli operatori e soprattutto i neodiplomati sentono la necessità), e ha assunto progressivamente le seguenti caratteristiche di setting:

  • i membri sono diplomati Coirag e lavorano, come anticipato, con gruppi non terapeutici e in contesti non strettamente psicoterapeutici;
  • è coordinato da un socio junior ed uno senior[4];
  • ci si incontra a cadenza mensile presso la sede dell’associazione;
  • il metodo di lavoro si basa sulla presentazione e discussione di un caso (un gruppo non terapeutico in corso o la sua progettazione), portato a turno dai partecipanti attraverso la stesura di un protocollo;
  • gli incontri vengono a turno verbalizzati e condivisi via mail permettendo a tutti di arricchire con i propri appunti e ricordi il materiale;
  • un’importante connessione tra gli incontri è svolta dal coordinatore junior del gruppo[5]. Favorire il contatto tra i partecipanti, così come l’attenzione alla stesura e alla condivisione dei verbali, costruisce dei ponti, sono passaggi che permettono la creazione della storia del gruppo, garantendo che questo possa essere mantenuto nella mente di tutti anche quella degli assenti.

Quanto detto fin qui è già il frutto del lavoro di confronto e dell’impegno a leggere le proprie dinamiche, anche in differita, per la garanzia offerta dalla stesura dei verbali. Un’ “autoanalisi” che ha caratterizzato i passaggi evolutivi, sperimentando “dall’interno” il senso di rafforzamento del Sé individuale-professionale attraverso la funzione di rispecchiamento nel gruppo stesso. Questa rilettura analitica ha circolarmente rafforzato il senso di appartenenza.

Il gruppo di intervisione nel tempo si è occupato della progettazione di diversi gruppi in vari contesti, ad esempio quello di padri separati attraverso la collaborazione con uno studio legale, quello di pazienti ospedalieri con una diagnosi genetica oncologica, e ancora di accompagnamento alla maternità e successivamente al post partum in un centro polispecialistico.

3. Cos’è la mente analitica? Processo gruppale e sua osservazione

In una prima fase il gruppo si è soffermato a lungo a riflettere sul senso di fatica vissuta dai partecipanti nel rilevare la scarsa considerazione della dimensione psicologica nei contesti in cui prestavano la propria attività. Infatti il lavoro in istituzioni non strettamente psicologiche, in cui alcuni bisogni non sono neppure pensabili, e quello con i gruppi non terapeutici, deludono l’aspettativa dei neodiplomati, facendoli sentire scoperti ed impreparati nonostante la formazione ricevuta fosse indirizzata a poter svolgere un lavoro clinico in equipe per rispondere alla domanda di cura formulata dai pazienti.

La Coirag prepara meglio di altre scuole ad un pensiero analitico sul contesto e, forse proprio per questo, quando il neodiplomato incontra il lavoro reale nell’istituzione, a maggior ragione subisce un impatto frustrante, proprio perché non trova la possibilità di applicare quello per cui si sente formato.

Nella prima esperienza professionale post specializzazione, infatti, sovente si inizia a lavorare in ambiti istituzionali come terapeuti anche se non addetti precipuamente alla psicoterapia. Contesti e realtà cliniche nuove, che meritano la nostra attenzione per promuovere un cambiamento “culturale” che comprenda anche lo sguardo psicologico. Potremmo sottolineare sguardo psicologico in particolare di gruppo, in sinergia con il bisogno dell’istituzione per motivi di vantaggio economico.

I giovani psicoterapeuti vi giungono carichi di aspettative, di idealizzazione del proprio futuro lavoro e di desiderio di sperimentarsi. Non solo, essi sono anche alla ricerca di una conferma dell’investimento sulla formazione degli ultimi anni. Elementi, questi, che rischiano di scontrarsi duramente con i criteri di concretezza e di rapidità che caratterizzano le attuali istituzioni che operano nel sociale.

In alcuni casi è emersa la necessità di accrescere una riflessione e una maturazione personale attraverso lo strumento del gruppo anche non psicoterapeutico. Ma per lo più nelle esperienze presentate nel GI emergeva una domanda esplicita dell’istituzione, che spesso chiedeva interventi immediati, con l’aspettativa di risultati in tempi brevi. Uno degli obiettivi, in quei casi, è stato quello di tradurre, attraverso una mente analitica gruppale all’opera, questa domanda in un’altra più profonda e più autentica, affinché l’istituzione potesse gradualmente riconoscere i propri bisogni di cura e non solo esibire sulla carta un’erogazione di servizi apparente. È anche l’istituzione ad aver bisogno di pensiero e di “cura” per potersi fare carico dei suoi utenti, offrendo un servizio più articolato perché arricchito della sensibilità psicologica.

Gli aspetti delineati contribuiscono a spiegare la contraddittorietà e l’ambivalenza di molti, che nei primi tempi del GI si era anche espressa con la progressiva riduzione numerica dei partecipanti mano a mano che emergeva il divario tra ideale e reale, tra l’aspettativa e la realtà. Uno scontro, questo – e ci sembra che possa riguardare la stragrande maggioranza- che nei neodiplomati dà origine a vissuti di autosvalutazione quando si trovano ad affrontare il passaggio tra la conclusione della scuola di specializzazione e le prime opportunità professionali.

Spesso proprio i contesti lavorativi in cui ci si inizia a sperimentare generano vissuti frustranti: all’interno di un ambito in cui non c’è un riconoscimento del ruolo dello psicologo il giovane psicoterapeuta ancora difficilmente trova la possibilità di autolegittimarsi ed autorizzarsi nel proprio operato. La partecipazione al GI in un certo senso “obbligava”, invece, a confrontarsi con queste aree del Sé professionale, confronto complesso ma che permetteva lo sviluppo di una mente analitica individuale in relazione al contesto, anche se non conduceva ad una “risoluzione immediata” del problema.

Questo aspetto ci è sembrato rappresentare uno dei motivi per cui inizialmente questo gruppo non era un “oggetto attraente” su cui investire, e da qui, forse, alcune delle defezioni citate. Ma anche eventi più creativi della vita come progetti di vita in autonomia e il divenire genitori, hanno contribuito a determinare la riduzione dei partecipanti, dalla trentina che avevano accolto con piacere e curiosità la proposta dell’associazione, alla decina circa al momento dell’avvio reale del gruppo. Giusto un “piccolo gruppo”!

Il ristretto numero dei componenti ha, infatti, vantaggiosamente attivato tra i membri un coinvolgimento tra pari, dando il via ad un movimento di arruolamento di nuovi non solo di tipo verticale (dall’associazione che aveva accolto e proposto) ma anche per cooptazione orizzontale, in una dimensione sempre più disponibile all’affettività. La presenza dei legami affettivi tra i componenti si é rivelato anche nel nostro caso un fattore rilevante per la tenuta del gruppo stesso, la costituzione della matrice si è così fondata, come ci ha insegnato Foulkes.

Il GI è divenuto momento di sostegno reciproco fra i partecipanti, di condivisione di esperienze simili, di scambio di competenze. Tutto ciò ha favorito un rinforzo dei professionisti all’opera, accendendo il desiderio di supportarsi a vicenda nel proprio lavoro e la curiosità per l’andamento dei progetti condivisi.

A partire dalla “fatica” vissuta dal gruppo nelle prime sue prime fasi per le uscite di alcuni partecipanti e per le difficoltà riscontrate nell’avvio dei progetti presentati nei vari contesti, abbiamo avviato momenti di osservazione e lettura del processo gruppale, dedicando intere mattinate a ripensare e discutere su obiettivi e criticità del gruppo di lavoro.

Tali momenti, generati in primis da un ‘bisogno’, da una ‘sofferenza’, sono divenuti elementi arricchenti e distintivi del GI. Il gruppo, rispondendo al vissuto depressivo e di impotenza del singolo partecipante che condivideva le difficoltà nell’avvio del proprio progetto, ha funzionato da rinforzo all’analisi del problema di ciascun contesto, sostenendo i singoli nel mettere in campo risorse per modificarlo, rilanciarlo o accettare che non si avviasse. Si confermava ciò che si era studiato, ovvero che il gruppo costituisce un rafforzamento del Sé individuale, e professionale in questo caso, permettendo di non sentirsi soli in istituzioni che travolgono e di poter meglio reggere le difficoltà dei contesti.

Motivazioni fondamentali che incentivano a ritornare ogni volta e a partecipare al GI sono, quindi, l’esperienza emotiva del processo gruppale e la consapevolezza di potersi avvalere di un dispositivo “di reciproco sostegno” che amplifica la riflessione psicologica.

L’utilizzo della mente analitica produce una critica generativa portando il pensiero a sostegno di ogni scelta operativa, e fa emergere quella dimensione psicologica inesistente in molti contesti ibridi e tanto svalutata al di fuori degli studi professionali.

Nel GI, infatti, si è presentata la possibilità di riconoscere il senso di svalutazione da parte del contesto che funziona come un’identificazione proiettiva; poterlo riconoscere attraverso il rispecchiamento reciproco e il rafforzamento del senso di sé, ha permesso di innescare un processo di autolegittimazione a lavorare anche in contesti “altri”, quei nuovi ambiti non strettamente terapeutici, valorizzando l’apporto della mente analitica dello psicoterapeuta e discostandolo dal subire la catalogazione in “serie B”.

Un passaggio importante è stato distinguere emotivamente, cioè prendere consapevolezza, delle differenze non solo nel setting, ma nella mente del terapeuta, tra psicoterapia in studio e psicoterapia in istituzione e, soprattutto, tra psicoterapia e cura, dove la cura è intesa come aver cura del contesto, ovvero che il contesto debba assorbire una mentalità analitica per aver cura dei suoi utenti.

Il gruppo di intervisione è divenuto sempre più nel tempo lo spazio per pensare, il luogo che garantisce il sentimento di appartenere ad un’associazione storica con una cultura analitica a cui costantemente potersi riferire, anche in ambiti nuovi e diversi.

Il passaggio generazionale dell’associazione APG al momento della costituzione del GI coincideva con il passaggio generazionale individuale e profondo di ciascun componente, ottima occasione per autolegittimarsi la possibilità di discostarsi – in ottica evolutiva- dalle figure genitoriali, pur mantenendo il riferimento al modello psicoanalitico storico.

Nell’intervisione, infatti, il confronto avviene fra pari in un clima di co-costruzione sia del lavoro sia della propria identità di ruolo. Il riconoscimento non viene più dall’alto (il supervisore, l’esperto), ma dall’altro, dal nostro modo di confrontarci e quindi da una spinta più interna al gruppo. È stata una scelta necessaria e naturale, in quel momento, coerente con il bisogno di crescita ed emancipazione, in sintonia con i nuovi contesti da affrontare, con i nuovi utenti di cui aver cura e con la realtà istituzionale interna di APG e la sua trasformazione dentro a Coirag.

Da tutti questi elementi si è confermata l’idea originaria di mantenere il setting dei due coordinatori, junior e senior, proprio in uno schema diverso da quello della supervisione.

In quest’ultima ci si colloca in una posizione di maggiore delega al supervisore, che aiuta nella risoluzione delle difficoltà sul singolo caso, e sostiene nel riconoscimento de proprio ruolo. Se nella supervisione il vissuto è quello di maggior dipendenza, nell’intervisione ci si sente parte di un processo di co-costruzione in divenire in cui ogni partecipante, afferendo ad una responsabilità interna, è chiamato ad una relazione di scambio, a dare oltre che a ricevere.

Il coordinatore junior, spesso nell’incontro successivo grazie al verbale, tiene la memoria del percorso e svolge una funzione di sintesi sottolineando le aree su cui il gruppo ha lavorato. Non è quindi una supervisione del materiale ma un coordinamento della progettualità, dove il pensiero del gruppo viene indirizzato alla realizzazione dei progetti.

Il coordinatore junior fa parte di una “generazione di mezzo”, non è un neodiplomato, ma nemmeno un senior e questo costituisce per il gruppo la possibilità di identificarsi in quel passaggio generazionale che la nostra Associazione sta cercando di favorire. La sua funzione di raccordo fra i partecipanti aiuta a tessere i fili della matrice relazionale e affettiva all’interno gruppo, facilitando anche il dialogo tra generazioni diverse e fra il gruppo e il coordinatore senior, ruolo -lo ricordiamo- non ricoperto sempre dalla stessa persona nel tempo. Una figura, quella junior, che stempera l’eccessivo divario generazionale rendendo più immediatamente transitabile il gioco identificatorio. Anche il senior, da parte sua, viene favorito in questo movimento perché indotto a entrare in una dinamica più di marca fraterna. Questo è successo ancor più l’ultima volta, nell’occasione dell’approfondimento dell’autosservazione in vista di questa serata, che ha fatto prolungare (con entusiasmo) il periodo di partecipazione del senior.

Il gruppo così pensato ha favorito un processo dinamico di integrazione emotiva e cognitiva di esperienze e vissuti differenti, con una ricaduta positiva sul lavoro di progettazione e di risposta alle domande di aiuto nella propria attività.

4. Effetti del gruppo: considerazioni per nulla conclusive

La peculiarità di questo gruppo è rappresentata dal poter pensare, confrontarsi e discutere su gruppi non solo già avviati ma anche in fase di progettazione. Ci siamo autorizzati, infatti, a condividere progetti ancora in fase di strutturazione e non avviati perché potessero essere resi maggiormente realizzabili sulla base della riflessione condivisa e di un’analisi attenta del contesto a cui è destinato.

Il lavoro del GI non sempre ha permesso ai progetti presentati di venire realizzati, ma ha certamente consentito ai terapeuti di porsi le domande adatte al fine di migliorare la loro pensabilità. Il punto di vista del gruppo, composto da terapeuti con diverse aree di competenza e diverse età professionali, ha attivato, attraverso una circolarità orizzontale, un pensiero critico e costruttivo verso i progetti proposti fornendo sia informazioni operative che teoriche sugli ambiti di intervento. Le esperienze pregresse di ciascuno sono state declinate alla luce del progetto messo in discussione, fornendo chiavi di lettura differenti non solo sull’analisi della domanda ma anche sulla modalità di lavoro e sull’analisi del contesto.

Anche la rinuncia alla conduzione di gruppi terapeutici non esclude la possibilità di svolgere comunque un lavoro analiticamente orientato all’interno dei contesti istituzionali. Il gruppo di intervisione è divenuto uno spazio di legittimazione e riconoscimento della propria competenza analitica, individuando, nei nuovi contesti ibridi e non esclusivamente terapeutici, l’esistenza di nuove forme di lavoro.

Il mantenimento di una mente analitica apre alla riflessione sull’esperienza e all’analisi del contesto, al ragionamento in termini gruppali, in una sospensione dell’azione, che permette al terapeuta di operare una trasformazione dell’ottica esclusiva, istituzionale, di concretezza ed economicità delle risorse presenti. Il gruppo di intervisione ha garantito e garantisce la possibilità di uno spazio di pensiero critico sui progetti contribuendo a individuare nuovi obiettivi non terapeutici in senso classico (ma comunque con valenza di cura) e, a sperare che nell’istituzione si formi come in una sorta matrioska, una mentalità atta ad accogliere i progetti e a garantirne l’avvio.

L’attivazione di un processo gruppale e della sua circolarità ha fatto in modo che anche il coordinatore senior potesse desiderare di condividere la propria esperienza con gli altri membri del gruppo, non in un’ottica di appiattimento delle differenze generazionali ma nella possibilità di attingere alla mente e alla cultura che il gruppo ha creato.

Un passaggio in cui, pur riconoscendo la necessità di cambiamenti e trasformazioni evolutive si conferma l’importanza del continuo riferimento ad una cultura generatrice.

[1] Questo lavoro è stato presentato il 27 febbraio 2019 nell’ambito del ciclo di incontri del calendario Scientifico 2019 di APG dal titolo “Il Gruppo come luogo di pensiero e di trasformazione nell’interfaccia con il sociale”.
[2] Coordinatore senior.
[3] Coordinatore junior.
[4] Il coordinatore senior cambia annualmente per garantire la varietà di approcci e modelli; è un clinico con esperienza non esclusivamente psicoterapeutica, appartenente anche a contesti di tipo istituzionale, persona scelta e proposta dal gruppo stesso.
[5] Fino ad oggi, dal 2015 il coordinatore junior è rimasto costante per garantire la continuità dell’esperienza e la costruzione di una storia del gruppo.

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