“La concretizzazione dell’esperienza. Il rapporto mente-corpo e i possibili processi trasformativi nella terapia gruppale” di Nadia Fina

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Il rapporto mente-corpo è stato affrontato dalla psicoanalisi fin dalle sue origini. Basti pensare agli studi sull’isteria, da cui la stessa disciplina psicoanalitica ha avuto avvio, donando significato psichico al corpo che parla. Il corpo viene cioè pensato come “oggetto psichico per eccellenza”, come affermerà successivamente anche Sartre1, anzi il solo oggetto psichico luogo di riconoscimento dell’unità del soggetto, della sua identità. Gli sviluppi clinici e teorici della psicoanalisi sull’ analisi del Sé e del suo sviluppo, hanno riproposto la centralità delle precoci esperienze sensoriali per l’organizzazione e lo sviluppo di questa istanza fondativa la soggettività.

Il Sé si declina a molti livelli di analisi dell’esperienza e del senso di sé, che può essere così concepito nei suoi aspetti corporei, mentali,.autoriflessivi. Livelli possibili a lungo termine nella vita dell’individuo, a condizione che sussista una qualche forma di narrazione autobiografica, la cui possibilità espressiva nasce all’interno delle relazioni affettive primarie. Stern a tale proposito ribadisce che il Sé emergente è un’esperienza precoce, finalizzata a promuovere forme di auto-strutturazione, a condizione che l’oggetto accudente dia significato psicologico alla percezione sensoriale del bambino. Attraverso la cura del corpo dell’infante passano affetti profondi, che trasformano gli stimoli tattilo-visivi in emozioni altrettanto profonde, che estendendono la rappresentazione corporea stessa in una progettualità densa di significato psichico per indirizzarla verso uno scopo evolutivo.2

Nel contesto di questo lavoro il mio riferimento è a quei pazienti che non hanno potuto, per diverse ragioni, trasformare e mentalizzare l’esperienza percettiva e sensoriale in significato affettivo, incapsulandola invece in una corporeità3 ancorata a modalità somatiche arcaiche. Vi è stata una necessità vitale per questo ancoramento, poiché la finalità ultima di queste persone è stata quella di salvaguardare l’organizzazione della propria esperienza soggettiva. Una forma di pseudità del sé, che attraverso la sua identificazione concretistica, ha mantenuto una parvenza coesiva. Tale concretizzazione è, tra l’altro, espressione della continua reificazione di tutte quelle esperienze maturate nello spazio riflesso dall’ambiente primario. I disturbi della relazione mente-corpo hanno origine nei contesti intersoggettivi, e permeano l’esperienza soggettiva del Sé. La de-connessione corpo – mente impedisce l’esperienza soggettiva di abitare il proprio corpo, di “dimorarvi all’interno” , secondo la suggestiva immagine proposta da Winnicott4 e può esprimersi nelle più gravi forme di vissuti minacciosi al Sé fisico. Da quelle provenienti da fonti esterne che perpetuano le varie patologie di dis-identificazione dal corpo ad esempio, a quelle meno gravi in senso psicopatologico e che riguardano la percezione di un sé vulnerabile e deficitario. Nel primo caso è la stessa scissione profonda mente-corpo ad assumere un significato di pseudo-integrità del Sé, fungendo da estrema difesa dall’angoscia di annientamento. Ne secondo caso, la concretizzazione del Sé avviene attraverso varie forme di addiction, in cui la dipendenza è funzionale a produrre esperienze corporee intense necessarie a sorreggere un’organizzazione psichica precaria.

Tra queste due posizioni polarizzate è possibile distinguere forme ulteriori di disturbo della coesione mente-corpo, come ad esempio la sensazione di galleggiamento della mente, che viene raccontata da quei pazienti vittime di abuso sessuale o fisico. In questi casi la de-connessione avviene per “sospensione”, includendo in una bolla temporale ed emotiva il trauma e gli affetti relativi, con lo scopo di proteggere il Sé attraverso l’isolamento soggettivo dal campo della violazione5.

In ognuna delle situazioni menzionate, comunque, l’esperienza è quella di un grave vissuto depressivo del corpo. Emblematica “concretizzazione” anch’esso, degli specifici contesti relazionali che hanno dato origine alle rappresentazioni del rapporto mente-corpo nell’individuo, e la cui rottura dialettica è sostanzialmente rottura del “sistema vivente”6 e origine dei fenomeni psicopatologici. La concezione delle relazioni primarie come sistema vivente, riguarda la modalità dell’esistenza e la sua complessità, finalizzate a predisporre il soggetto verso la familiarità delle emozioni che albergano il suo corpo per renderlo corpo psichico e donare significato e valore alle emozioni che lo umanizzano.

Un male della nostra epoca è, d’altra parte, la de-umanizzazione del corpo.

Un vissuto che purtroppo può accompagnare il soggetto, del tutto inconsapevolmente appunto, lungo tutto l’arco della vita. Dalle cure primarie che sempre più sono concepite come un insieme “tecnico” da assolvere, alla “tecnica” che si occupa dei processi trasformativi del corpo. Tutto in una logica che amplifica a dismisura l’alienazione dell’esperienza soggettiva delle emozioni e dei sentimenti che, nel loro fluire temporale, dovrebbero sostanziare il corpo. La sua de-connessione affettiva rende le emozioni incomprensibili e non narrabili, identificandone concretisticamente significato e modalità espressiva; imprigionando il soggetto in una concreta, continua immediatezza esperienziale. Le emozioni perdono così il loro significato specifico di esperienza; le valenze affettive connesse si coagulano in una forma satura di paura, poiché l’emozione non ha misura contenitiva risultando, invece, sempre sproporzionata rispetto ai fatti che la determinano. Non viene riconosciuto il valore strutturante dell’affetto, che porta sempre con sé un certo disorientamento, poiché è l’emozione stessa a produrre una particolare forma di inquietudine quando si palesa nel nostro mondo interno. L’emozione che dovrebbe essere aiuto realistico ad apprendere dall’esperienza, diviene invece un nemico da tenere a distanza, inibendo lo stesso processo di cambiamento del modo che l’individuo ha di essere nel mondo, di avere presa sul suo mondo e sugli elementi che lo determinano.7 Il conflitto emotivo comprime ogni forma di rappresentazione mentale dei processi di trasformazione dell’esperienza, catturando il soggetto in una immediatezza che cerca la risoluzione istantanea del problema, piuttosto che la formulazione creativa di ipotesi e di pensiero. Quante volte per i nostri pazienti è impossibile pensarsi, solamente pensarsi, in una situazione differente da quella che stanno vivendo pur con angoscia. Pensare un’alternativa per loro è come presentificare il crollo di sé. E’ un’inibizione che assume la proporzione stessa di un tabù, invalicabile e inesprimibile, ma denso di dolorosi vissuti di annientamento. Il mondo reale rimane fuori dalla loro esperienza, imprigionati come sono da una soffocante e depauperante esperienza di paura.

Penso più che mai necessario l’inserimento in gruppo terapeutico per la tipologia di pazienti che ho appena descritto. Il gruppo è immediatamente esperienza del mondo e della complessità con cui esso si manifesta. Da questo punto di vista, la possibilità del gruppo di rispecchiamento è del tutto particolare e significativa.8

La molteplicità dell’esperienza che i diversi componenti del gruppo fanno di ciascuno “altro” lì presente; le differenti sensibilità e modulazioni empatiche; le differenti modalità espressive e cognitive, sono una buona rappresentazione di quelle rotture traumatiche del legame originario.

Tali rotture, dovute alla inevitabile distonia dei vissuti soggettivi, costituiscono la base di una nuova forma dell’ esperienza intersoggettiva. E’ infatti grazie alle emozioni intense che circolano nel gruppo nei momenti in cui la gemellarità empatica si interrompe, lasciando il posto alla differenziazione e all’espressione della diversità, che il paziente rivive le sue esperienze emotive precoci dolorose. Tuttavia in modo alquanto differente dal passato, poiché nell’ hic et nunc egli vive simultaneamente il legame spezzato e la ricomposizione. L’interazione e lo scambio intersoggettivo infatti permangono, grazie alla presenza attiva del terapeuta, e il paziente esperisce in modo pieno e significativo una nuova configurazione di sé in relazione-con.

Il gruppo agisce infatti su un livello doppio. Da una parte è l’Oggetto – Sé che modula la relazione, in un ideale continuum di risonanza empatica, deficit e recupero di un adeguato rispecchiamento. Dall’altra il gruppo, che si esprime in tutta la sua realtà alteregoica, rende psicologicamente ed emotivamente riconoscibile al soggetto stesso il suo modo di vivere sé nella relazione con gli altri pazienti e con il gruppo nella sua totalità. E’ questo un passaggio di grande importanza. Il paziente può infatti uscire dalla costrittiva logica della reiterazione di sé come vittima dell’affetto traumatico, per constatare in quale misura egli ha identificativamente introiettato quella modalità penalizzante e dolorosa, comprendendo come essa agisce e cosa produce nelle relazioni della sua vita.

Si costella nel paziente, e in tutto il gruppo come conseguenza, un’esperienza che a tutti gli effetti è un vero e proprio momento organizzatore della psiche. Questa considerazione ha un inoltre una sua rilevanza riguardo al progetto terapeutico in gruppo, poiché infatti penso possibile affermare – per tutti i casi a cui mi sto riferendo in questo contesto – che questo tipo di setting assolva, insieme, una finalità psicologica e pedagogica. Finalità entrambe necessarie per la ripresa delle funzioni vitali del Sé. Questi due aspetti entrano in risonanza l’un l’altro, in un profondo nesso dinamico che li unisce e che contribuisce a determinare nuove strade emancipative emotive ed affettive. Il gruppo inoltre concorre a modificare i vissuti che sono relativi non solo ad un prima – l’infanzia – e ad un dopo – l’età matura. Ma promuove cambiamento per tutto ciò che attiene al rapporto inerente un “dentro” e un “fuori”. Luoghi questi, in cui l’individuazione della realtà e nella realtà, deve essere pensabile come cosa vera e concreta che si compie e che produce conseguenze altrettanto vere e concrete. E’ un incremento dello sviluppo psicologico del singolo e dell’insieme gruppale, in cui viene lasciato sullo sfondo il corpo infantile, e con esso ogni vissuto concreto che ha reso impossibile altre possibili rappresentazioni significanti di Sé. Mente e corpo tornano a stare insieme in un sistema di reciproca influenza e dialogo grazie al quale una nuova memoria delle emozioni si esprime attraverso le risposte fisiche del corpo, ma con valenze del tutto nuove che aprono spazi riflessivi a loro volta del tutto nuovi.

Maria porta al gruppo il suo primo sogno, dopo circa un’ anno dall’inizio della terapia. Nel sogno la paziente è alla guida della sua auto e sta controllando, nello specchietto retrovisore, i suoi zigomi. Nel sogno, come nella realtà, la paziente è preoccupata del risultato di un intervento di chirurgia plastica a cui si è sottoposta. Perde così di vista l’auto davanti alla sua, che improvvisamente si ferma: l’urto è inevitabile. Ma con grande meraviglia e angosciosa inquietudine, la paziente assiste alla scena come se si guardasse da fuori, ed è colpita dal fatto che il suo corpo è penetrato dell’auto davanti e in successione da tutte le altre automobili in fila per il tamponamento. Maria riferisce con estrema chiarezza descrittiva che ogni cosa le passa attraverso, come se il suo corpo avesse perduto la consistenza di cui è fatto, cos’ come avviene per i fantasmi che attraversano porte e pareti. Si sveglia profondamente turbata.

Maria è una paziente di trent’anni, rimasta prevalentemente silenziosa per tutto il tempo dall’inizio dell’analisi. Il gruppo rimane colpito dalle immagini oniriche per la pregnanza che esse hanno.

Nella realtà la paziente si è ripetutamente sottoposta a interventi di chirurgia estetica nel corso della sua vita e di questo ha inizialmente parlato in gruppo sottolineando quanto fosse per lei un “bisogno vitale” modificare i suoi tratti somatici. Non si era mai piaciuta, non aveva mai avuto riscontro di sé nell’immagine riflessa dallo specchio, priva del tutto della consapevolezza che ciò che di sé ricercava e di cui aveva bisogno, era qualcosa che non poteva essere identificato tout court

con le parti del suo corpo. Alberto, un membro del gruppo, coglie con acuta intelligenza empatica il fulcro del sogno e interviene sottolineando quanto, a suo modo di vedere, il tamponamento multiplo sia espressione del vissuto che Maria ha del gruppo. Giulia, a sua volta evidenzia la sensibilità di Alberto che ha colto un aspetto importante del modo di Giulia di stare nella relazione con gli altri compagni. Secondo Giulia, però Maria è sempre protesa a mantenere un’idea di sé eterea, per paura di essere vista solo per la sua bellezza. Gabriele interviene a sua volta, raccontando il suo sogno della notte prima, in cui è alla angosciosa ricerca di un cadavere che anni prima ha nascosto per paura di essere scoperto. Sa che deve trovarlo prima che qualcun altro lo trovi, pena il rischio di essere arrestato. Marisa precisa che tra i due sogni c’è un nesso profondo, perché entrambi i sognatori hanno a che fare con un corpo che è tutto. Nella ricerca della perfezione l’uno, nell’angoscia della morte e della condanna l’altro. Maria, che ha ascoltato con un’attenzione viva ma dolorosa, racconta che quando era bambina – dai tre fino ai sette/otto anni – sua madre la portava a comperare gli “abitini”. La madre proponeva queste uscite come un gioco, come un loro “piccolo segreto” da custodire. Per la paziente quelli erano momenti di grande paura. Una paura terribile e angosciosa, provata per sé e per la mamma. Era infatti prassi della madre fare indossare alla bambina, nel camerino di prova, diversi strati di “abitini” e di occultarli sotto il suo vestitino. Maria diventava così il manichino dei furti materni. La bambina non riusciva a ribellarsi, né a parlarne con il padre per paura e per vergogna. Nel tempo questa “cosa segreta” era diventata “cosa normale”, e infatti la paziente la narra in gruppo con una certa meraviglia, affermando che è strano come le siano potuti tornare in mente simili ricordi. Era qualcosa a cui non aveva più pensato, erano lì, a disposizione ma privi di qualsiasi significato particolare. Gabriele, emozionato dal racconto di Maria, sottolinea invece l’importanza di questo ricordo, ribadendo che mantenerlo nascosto a sé stessa era come nascondere, sotto i numerosi interventi di chirurgia plastica, qualcosa di se stessa molto importante e molto vero. “Come i tanti vestitini”, afferma Giulia.

Moltissime considerazioni sono possibili sia sul sogno, sia sulle dinamiche relazionali interne al gruppo. Mi interessa però soffermarmi su alcuni aspetti che trovo particolarmente significativi per il rimando alle mie considerazioni sopra esposte. .

Innanzitutto il sogno di Maria, tra le varie possibilità interpretative espressione emergente e tangibile di un suo processo interno interconnesso con l”esperienza affettiva in gruppo.

Maria è cresciuta nella convinzione di essere priva di valore e di significato emotivo per l’altro. Così come ha sempre pensato, di conseguenza, che l’esperienza soggettiva di sé fosse un obiettivo difficile da raggiungere. L’orribile malversazione ad opera della madre sul corpo della bambina era rimasto, nella memoria della paziente, come un incluso molto concreto. Si viveva come un oggetto -cosa della madre, e la vergogna e la paura vissute si sono trasformate in esperienze localizzate all’interno del suo corpo. Il compulsivo ricorso alla chirurgia estetica è stato, in questo caso, espressione di disperati tentativi di rinascere in un corpo altro, illusoriamente pensato come finalmente suo. Ciò che la paziente non capiva, e che sia il sogno sia le interpretazioni proposte dal gruppo invece evidenziano, è l’insufficienza della chirurgia in tal senso. La de-identificazione con l’immagine del proprio corpo che Maria aveva assimilato nella relazione con l’oggetto materno, non poteva certo “modellare” nuovi vissuti emotivi significativi. Maria in realtà non ha potuto compiere una vera separazione interna dalla madre, poiché farlo sarebbe equivalso a non esistere, neppure nella parvenza di manichino. Mantenendosi nella dimensione voluta dalla madre, cioè di bambola che viene vestita e i cui connotati – allo stesso modo – si possono cambiare, la paziente si è mantenuta aggrappata all’illusione di essere da lei “riconosciuta” e in qualche modo identificata.

Il gruppo è invece incontro/ impatto con una alterità che dona sostanza e significato a Maria e al suo modo di essere, al suo passato come al suo presente. Si attiva al contempo una fluida ripresa dello scorrere temporale per tutti i membri, grazie all’essenza umana del dolore che accompagna i ricordi e che viene riconosciuto per mezzo delle affinità e delle somiglianze emotive. Sul piano transferale, per la molteplicità delle sue rappresentazioni nel contesto gruppale, la similarità emotiva permette la trasmissione di un significato prezioso e profondo del modo di essere e di vivere gli altri. Si attiva un profondo legame di appartenenza che nasce all’interno di una comunità i cui valori sono riconosciuti e condivisi, densi di significato coesivo per il Sé e per il suo sviluppo.

E’ come quando il bambino scopre se stesso come parte integrante dell’ambiente che lo circonda. Il senso emergente di appartenenza, alla base dei suoi processi di rappresentazione simbolica, dipende dalla qualità dell’affetto che accompagna questo complesso processo. Esso rappresenta infatti, per la psiche, l’essenza stessa della raffigurabilità delle percezioni sensoriali e corporee che diventano emozioni pensabili.

Nel gruppo analitico eterogeneo, la costruzione di legami simbolici è promossa dalle differenze che lo compongono e che sono anzi esse stesse espressione, nell’ hic et nunc, di possibilità nuove e più mature. Il valore del legame è dovuto, infatti, alle differenti empatie e alle differenti esperienze di vita dei componenti e l’esperienza alteregoica diviene, proprio per questo, esperienza soggettiva che in senso pieno promuove la crescita. Il gruppo offre sempre molte opportunità di esplorazione intersoggettiva , rompe le barrire e precostituisce nuove forme di attaccamento. Le forme di interazione che nascono all’interno del gruppo sono espressione “degli stati affettivi ed emotivi che trovano una loro forma espressiva e organizzativa nuova e alternativa, permettendo ai membri del gruppo di accedere ad uno dei fattori terapeutici più potenti che la terapia di gruppo possa fornire” (Paparo e Nebbiosi,pag.113)9

 

Riferimenti e note

  1. Sartre, J.P., (1943) , “L’essere e il nulla”, Il Saggiatore, Milano (1968)
  2. Stern, D., (1985) , “Il mondo interpersonale del bambino” , Boringhieri, Torino (1987 )
  3. Stolorow, R., Awood, G., (1992), “I contesti dell’essere”, Boringhieri, Torino (1995)
  4. Winnicott, D.,W., (1965), “Sviluppo affettivo e ambiente”, Armando, Roma, (1970)
  5. Stolorow e Atwood, ibid.
  6. Sander, L., (1991), “Recognition Process”, Relazione presentata al convegno sulla vita psichica del lattante, 28-30 Giugno 1991, University of Massachusetts.
  7. Galimberti, U. (1983) , Il corpo”, Feltrinelli, Milano (1983)
  8. Corbella, S. (2003), Storia e luoghi del gruppo, Cortina (2003)
  9. Paparo, F., Nebbiosi, G., (2000), “In che modo cura la psicoterapia di gruppo”?, in Esperienze del sé in gruppo”, Borla, Roma, (2000).
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